“La Socializzazione non è se non la realizzazione italiana,
romana, nostra, effettuabile del socialismo; dico nostra in
quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma
respinge la livellazione di tutti e di tutto, livellazione
inesistente nella natura umana e impossibile nella storia”.
Il teorico e storico della dottrina cattolica, Don Ennio
Innocenti, che tanti anni ha dedicato allo studio e
all’insegnamento, ha scritto che il problema affrontato da
Mussolini nell’ultimo decennio della sua vita “fu quello di far
entrare il corporativismo nelle imprese per elevare il lavoratore
da collaboratore dell’impresa a partecipante alla gestione e alla
proprietà e quindi ai risultati economici della produzione”. E
aggiunge: “Durante la RSI … fu emanato un decreto che
prevedeva la socializzazione delle imprese. E’ stato questo,
sostanzialmente, il messaggio che Mussolini ha affidato al
futuro. E’ un messaggio in perfetta armonia con la Dottrina
Sociale Cattolica, che è e resterà sempre radicalmente avversa
sia al capitalismo sia al social-capitalismo. In quest’ultimo
messaggio mussoliniano di esaltazione del lavoro noi
ravvediamo qualcosa di profetico”.
L’idea di un “socialismo effettuabile” sorse in Mussolini già
nel 1914, quando uscì dal Partito Socialista, “organismo”
velleitario e ciarliero e la sviluppò nell’immediato primo
dopoguerra.
Nel 1919, Mussolini parlando, agli operai della “Dalmine”
che avevano occupato le fabbriche e innalzato le bandiere
tricolori anziché quelle rosse e continuato a lavorare sotto la
guida dei tecnici, fra l’altro dichiarava che “il lavoro doveva
essere conquista, vittoria di uomini liberi. Voi non siete più
salariati ma compartecipi, corresponsabili nella produzione”.
In questo dopoguerra è stato scritto e detto che l’idea di
Mussolini della Socializzazione “fu solo un tardivo espediente
per ingannare le masse lavoratrici”. E’ una delle tante
menzogne, fra le mille e mille, di un regime corrotto e inetto
terrorizzato di dover affrontare un serio confronto con il
Governo che lo ha preceduto.
Tutta l’attività del Governo Mussolini fu un susseguirsi
costante di decreti e leggi di chiare finalità sociali
all’avanguardia non solo in Italia ma, addirittura, nel mondo.
Quelle leggi, di cui i lavoratori italiani ancora oggi ne
godono i privilegi, sono quelle volute da Mussolini nei suoi
vent’anni di Governo. Qualsiasi confronto con quanto fatto dai
Governi di questo dopoguerra, risulterebbe stridente.
Citerò solo alcune di quelle leggi o decreti, quelle, cioè che
ritengo più rappresentative, ricordando che prima del fascismo
nello specifico campo legislativo c’era il vuoto più assoluto:
Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 – 26/4/1923);
Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923);
Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 – 30/12/1923);
Maternità e infanzia (R.D. 2277 – 10/12/1925);
Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927);
Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 – 14/6/1928);
Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 – 26/7/1929);
INAIL (R.D.264 – 23/3/1933);
Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 – 10/1/1935);
INPS (R.D.18274/10/1935);
Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 – 29/5/1937);
ECA (R.D. 847 – 3/6/1937);
Assegni familiari (R.D. 1048 – 17/6/1937);
Casse rurali e artigiane (R.D.1706 – 26/8/1937);
INAM (R.D. 318 – 11/1/1943);
Da tutto ciò si evince il motivo per cui i governi che
seguirono nel dopoguerra, per evitare un democratico
confronto, sono stati costretti a creare una cortina di menzogne
e varare quelle leggi antidemocratiche e lesive al libero
pensiero, quali le “Leggi Scelba”, “Legge Reale” e “Legge
Mancino”
Su questo argomento torneremo in un prossimo futuro e
rientriamo prontamente in tema ricordando l’enunciazione
mussoliniana “andare verso il popolo”, trasformata poi nel più
sociale “stare con il popolo”.
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I principi essenziali dell’ordinamento corporativo sono
espressi e ordinati nella “Carta dei Lavoro” che vide la luce il
21 aprile 1927.
“La Carta del Lavoro” trasportava il lavoratore fuori dal buio
del medioevo sociale per immetterlo in un contesto di diritti
dove i rapporti fra capitale e lavoro erano, per la prima volta
nel mondo, previsti e codificati.
In un articolo di fondo apparso alcuni anni or sono su “Il
Giornale d’Italia”, fra l’altro si legge: “La nascita dello Stato
Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del
cosiddetto Stato Liberale e l’incubo dello Stato Sovietico. Il
secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase
che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale
provocate dalle sanzioni e dall’autarchia>.
Il Diritto Corporativo tende a porre l’Uomo al centro della
Società postulando dei principii di cui ne cito alcuni ritenendoli
i più caratterizzanti e avvalendomi dello studio del Dott.
Sebastiano Barolini:
1. ridimensionamento dello strapotere dei padroni
attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione
dell’impresa;
2. partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa;
3. partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali ad
evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi
senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i
quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non
perdere il posto di lavoro;
4. intervento dello Stato attraverso suoi funzionari
immessi nei Consigli di Amministrazione allorquando
le imprese assumono interesse nazionale a maggior
difesa dei lavoratori
5. diritto alla proprietà in funzione sociale, cioè lotta alle
concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino,
in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;
6. diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni
progresso sociale di contro all’appiattimento
collettivista ed alle concentrazioni capitaliste;
7. edificazione di una giustizia sociale che prelevi il di più
del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più
povere attraverso la previdenza sociale, l’assistenza
gratuita alla maternità e all’infanzia, le colonie marine e
montane per bambini poveri, l’assistenza agli anziani, i
dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari, e via
dicendo;
8. eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione
di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio
che se un cittadino non può farsi giustizia da se,
altrettanto deve valere per i conflitti sociali ed evitare
scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in
causa ed alla collettività nazionale;
9. abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie
di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione
dei sindacati di categoria economica con conseguente
modifica del Parlamento in una Assemblea composta da
membri eletti attraverso le singole Confederazioni di
categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;
10. Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della
bonifica integrale che toglie ai latifondisti le terre
incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà
gratuita ai contadini poveri.
Questi enunciati, che risalgono ai primi anni ’30, non sono
che il logico sviluppo di quelli formulati nel 1919 e che
ritroveremo espressi, ancor più lapidariamente nel “Manifesto
di Verona”. (1)
Come logica successione di questo processo che, come
abbiamo visto, partì nel lontano 1914 e giunse ad approdare
alle “Leggi sulla Socializzazione” nella Repubblica Sociale
Italiana.
Sin dalla seduta del Consiglio dei Ministri del 27 Settembre
1943 (quindi a pochissimi giorni dalla sua liberazione),
Mussolini fra l’altro dichiarava che “la Repubblica avrebbe
avuto un pronunciatissimo contenuto sociale” e il 29 settembre
ancor più esplicitamente: “(la Repubblica Sociale Italiana
avrebbe avuto) un carattere nettamente socialista stabilendo
una larga socializzazione delle aziende e l’autogoverno degli
operai”.
La Socializzazione era uno strumento per una più ampia
trasformazione dello Stato così come era nel pensiero fascista:
socializzare l’economia per socializzare lo Stato.
Questo pensiero può risultare più chiaro leggendo uno
stralcio della Relazione che accompagnò il Decreto Tarchi,
Ministro dell’Economia: “(…) la civiltà tende ad un nuovo
ciclo, e quel nuovo ciclo nel quale l’uomo riassumerà il ruolo di
protagonista della propria storia e del proprio destino in
funzione della sua personalità estrinsecantesi in attività
concrete sociali, cioè nel lavoro. Sotto tale profilo
l’affermazione programmatica che riconosce il lavoro come
soggetto dell’economia (…)”.
Ecco allora prender forma la dottrina della società come era
intravista finanche da Mazzini, concezioni
vilipese dal Bolscevismo ma ben focalizzare dal “socialismo
effettuabile” di Mussolini e riportate nel “Manifesto di Verona”
e ufficializzate nella dichiarazione programmatica del 13
gennaio 1944 e nel decreto legislativo dell’11 febbraio
seguente.
La Borsa di Milano, che era ben vitale nella Repubblica
Sociale, il 13 gennaio, all’annuncio dei provvedimenti sulla
Socializzazione, determinò il giorno dopo la caduta dell’indice
generale da 854 a 727 punti. Dopo un periodo di stasi, quando
il 13 febbraio furono emanati i decreti di Socializzazione,
l’indice generale scese a 567 punti, poi però, ad iniziare da
marzo riprese a salire fino a toccare, il 6 giugno 1944 il
ragguardevole livello di 1745 punti.
Certamente il Paese che sopportava oltre quattro anni di
disastrosa guerra e diversi mesi di lotta intestina, ben
difficilmente poteva attuare in tempi rapidi un così ambizioso
progetto di trasformazione dello Stato. Progetto, però, che,
come disse Mussolini a Milano “qualunque cosa accada, è
destinato a germogliare”. Giustamente l’avvocato Manlio
Sargenti ha recentemente rilevato: “Purtroppo questo progetto
non si è avverato. Gli italiani hanno dimenticato quella che
costituiva la più originale, la più innovatrice proposta della loro
storia recente. L’hanno dimenticata quelli stessi che si sono
considerati gli epigoni dell’idea del Fascismo e della
Repubblica Sociale”.
1) Questi principi rivoluzionari che avrebbero posto in
discussione i “diritti acquisiti” costrinsero tanti “potenti della
terra”, a coalizzarsi per ostacolare il processo mussoliniano
prima imponendo le Sanzioni, obbligandoci poi alla guerra,
quindi “inventandosi” il “25 luglio”, l’8 settembre ed infine i
massacri del secondo dopoguerra allo scopo che di quelle idee
non rimanesse più traccia. Paradossale è che di questo
diabolico progetto la grossa finanza si avvalse proprio di quella
classe che ne sarebbe stata lesa: la classe dei meno abbienti. E
l’inganno continua!
2) Solo per conoscenza storica il 6 giugno, alla notizia dello
sbarco angloamericano in Francia, si verificò il crollo del 30%
chiudendo, però, l’anno borsistico il 2 agosto 1944, al buon
livello di 1219 Punti.
Prima di chiudere il lavoro e concludere, ritengo importante
citare gli articoli che sono di base della nostra lotta
politicosociale, articoli che, ovviamente a cinquant’anni dalla
loro promulgazione, possono essere ritoccati lì dove è
necessario ma il cui spirito deve rimanere inalterato.
1. Art. 9) base della Repubblica Sociale Italiana e suo
soggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico,
intellettuale, in ogni sua manifestazione.
2. Art. 10) La proprietà privata, frutto del lavoro e del
risparmio individuale, integrazione della personalità
umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve
diventare disintegratrice della personalità fisica e
morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del
loro lavoro.
3.Art. 12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale,
statale), le rappresentanze dei tecnici e degli operai
coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta
della gestione dell’equa ripartizione degli utili tra il fondo e la
riserva, il frutto del capitale azionario e la partecipazione agli
utili stessi da parte dei lavoratori (…). Gli articoli non
menzionati sono certamente meritevoli di essere ricordati, ma
motivi di spazio mi inducono a citare quelli essenziali che da
soli caratterizzano lo spirito di base del “Manifesto di Verona”;
e sempre per tirannia di spazio sono costretto a rinunciare ad
un dovuto commento anche degli articoli menzionati.
L’attuazione della “Legge sulla Socializzazione” trovò
enormi difficoltà causate sia dagli industriali, per ovvi motivi;
dai tedeschi timorosi che la resistenza passiva da parte degli
industriali avrebbe potuto danneggiare la produzione bellica;
da parte dei comunisti, che ormai plagiavano i lavoratori,
timorosi che la Socializzazione li scavalcasse a sinistra.
Questa situazione di stallo persistette sino a quando Concetto
Pettinato, che Mussolini stesso aveva definito “la nostra più
importante mente giornalistica”, creò un caso clamoroso. Un
suo articolo, pubblicato su “La Stampa” (di cui era direttore)
del 21 giugno 1944, dal titolo: “Se ci sei batti un colpo”, diede
una sferzata al Capo della RSI e lo costrinse a mettere in atto
quelle Leggi sulla Socializzazione che, come abbiamo visto,
erano già approvate in sede legislativa ma rimaste inoperanti.
Mussolini ruppe gli indugi e autorizzò il Decreto del giugno
’44 e l’entrata in vigore del Decreto del febbraio precedente.
A causa della drammatica crisi che attraversava il Paese,
Mussolini ritenne opportuno attuare la Socializzazione per
gradi; iniziando dalle imprese editoriali.
La situazione stava precipitando, ma nelle imprese
socializzate si riscontrò un notevole incremento della
produzione. A dicembre 1944, Nicola Bombacci programmò
una serie di comizi e conferenze fra le imprese socializzate e,
tra queste, visitò la Mondadori traendone sorpresa ed
emozione. A seguito di ciò inviò una lettera a Mussolini nella
quale, fra l’altro scrisse: “Ho parlato con gli operai che fanno
parte del Consiglio di Gestione, che ho trovato pieni di
entusiasmo e compresi di questa loro missione dato che gli utili
dopo questi primi mesi è di circa 3 milioni”.
La guerra ormai volgeva alla fine e, come ha scritto
Amicucci ne “I 600 giorni di Mussolini”: “Mussolini voleva
che gli angloamericani e i monarchici trovassero il nord d’Italia
socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli
10
operai decidessero, nei confronti dei nuovi occupanti e degli
antifascisti, le conquiste socialiste raggiunte con la RSI”.
Proprio a questo scopo il 22 marzo 1945 il Consiglio dei
Ministri decise che si procedesse entro il 21 aprile alla
Socializzazione delle imprese con almeno 100 dipendenti e un
milione di capitale.
Per ripagare il grande contributo avuto dai grandi
industriali, i comunisti che controllavano appieno il
CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 25 aprile
1945, proprio mentre si continuava a sparare ai “neri”,
ripeto, come primo atto ufficiale fu l’abolizione della
“Legge sulla Socializzazione”.
Era iniziata la grande beffa a danno dei
lavoratori, CGIL CISL e UIL ne sono la
continuità.
