Cuba non è un caso isolato.
È il laboratorio più antico e più spudorato di una tecnica che Washington ha affinato per sessant’anni e che oggi applica, con metodi diversi ma logica identica, a mezzo mondo: piegare un popolo tagliandogli l’accesso a farmaci, carburante, credito, tecnologia, e chiamare questo “pressione economica” invece che assedio.
L’embargo su Cuba non nasce con Trump né con Rubio. Nasce nel 1962, si irrigidisce nel tempo, e nel 1996 trova nella legge Helms-Burton uno strumento a effetto extraterritoriale: chiunque nel mondo faccia affari con Cuba rischia di essere colpito da Washington, indipendentemente dalla propria sovranità nazionale. È questo il punto più importante quanto grave che spessonon si dice: non è la cattiveria di un’amministrazione, ma è l’architettura stessa del potere americano sul sistema finanziario mondiale. Chi controlla il dollaro e le reti bancarie internazionali può affamare chiunque senza sparare un colpo.
E Cuba non è sola. Iran, Corea del Nord, Siria, Venezuela vivono sotto regimi sanzionatori comprensivi che bloccano intere economie; la Russia, dal 2022, è sottoposta a un pacchetto sanzionatorio settoriale tra i più estesi mai imposti. Il metodo è sempre lo stesso: recidere l’accesso al sistema finanziario denominato in dollari, colpire non solo lo Stato bersaglio ma chiunque commerci con esso, e presentare il tutto come difesa dei diritti umani mentre a pagare il conto sono gli anziani, i bambini, i malati.
Il laboratorio del nostro futuro
Chi in Europa pensa che questa storia non ci riguardi si sbaglia di grosso. Cuba è il prototipo di ciò che accade a chi perde la sovranità monetaria e si consegna a un potere esterno che decide, da un ufficio lontano, chi può comprare e cosa. Non serve un embargo formale per ottenere lo stesso risultato: basta rinunciare pezzo per pezzo alla propria moneta, alla propria banca centrale, alla propria capacità produttiva, e consegnare le leve decisionali a un’architettura sovranazionale che risponde ad altri interessi. È esattamente la traiettoria che l’Unione Europea, con la subordinazione atlantica e l’ipotesi di un euro digitale gestito da Francoforte, sta imboccando per l’Italia. Oggi ci chiamano sanzioni contro Mosca, domani potrebbe essere un click che congela i nostri conti perché abbiamo osato una politica estera autonoma, o una linea di credito negata perché non ci siamo allineati abbastanza in fretta.
Cuba paga oggi il prezzo di novant’anni di prossimità geografica scomoda a un impero che non tollera eccezioni. L’Italia rischia di pagare, tra qualche decennio, il prezzo di aver ceduto ogni giorno un pezzo della propria sovranità nazionale in cambio della tranquillità di restare dentro un’alleanza che ci tratta da protettorato e non da alleato.
Il neoliberismo non ha bandiera, ha un padrone
Chi grida allo scandalo per Cuba e poi applaude ogni privatizzazione, ogni cessione di sovranità a Bruxelles, ogni norma scritta a Washington e recepita a Roma senza discussione, sta facendo un discorso a metà. Il neoliberismo selvaggio e l’imperialismo sanzionatorio sono la stessa mano: quella che decide dove deve fluire il capitale e dove no, quella che smantella lo Stato sociale in nome dell’efficienza e poi usa lo stesso linguaggio tecnocratico per giustificare l’assedio di un popolo che ha scelto un’altra strada. Non esiste solidarietà con Cuba che non sia, prima di tutto, rifiuto dello stesso sistema che la strangola.
L’occasione persa della destra
Qui va detta una cosa scomoda. La destra italiana degli ultimi decenni ha avuto davanti un’occasione storica e l’ha buttata via: essere la voce anti-americana e anti-atlantica per definizione, invece di trasformarsi nella succursale euro-atlantica più zelante d’Europa. Un nazionalismo vero, quello che mette al primo posto la sovranità della nazione e non gli interessi di un’alleanza militare scritta a Washington, avrebbe dovuto guardare a Cuba non come al nemico ideologico ma come all’esempio di un piccolo popolo che ha tenuto testa per sessant’anni all’impero più potente della storia.
E in questo senso Che Guevara avrebbe potuto essere, paradossalmente, un simbolo utile anche a una destra sovranista e anti-NATO: non per il marxismo che professava, ma per quello che ha incarnato senza volerlo, l’insofferenza assoluta verso l’egemonia americana e la fedeltà totale a un’idea di indipendenza nazionale pagata di persona, fino in fondo. Una destra capace di distinguere l’internazionalismo di sinistra dalla sostanza anti-imperiale del personaggio avrebbe potuto rivendicarne l’intransigenza, restituendo alla parola “sovranità” un significato che oggi troppi a destra hanno tradito genuflettendosi a Bruxelles e alla Casa Bianca.
Conclusione
Cuba non chiede la nostra compassione. Chiede che si riconosca il meccanismo che la sta soffocando, perché quello stesso meccanismo, con altri nomi e altre forme, è già all’opera contro la sovranità di ogni popolo che non si allinea. Denunciare il blocco a Cuba senza denunciare il sistema che lo rende possibile vedasi il dominio del dollaro, la subordinazione atlantica, la cessione di sovranità in nome del mercato è un esercizio di pura ipocrisia.
La vera solidarietà comincia da casa nostra: dalla battaglia per riprenderci la sovranità che stiamo perdendo un pezzo alla volta.
