Oggi vogliamo portare alla attenzione dei nostri lettori, e lo facciamo volentieri anche se tra questi ci fosse qualcuno che non è un nostro “tifoso”, su quanto prevede il Piano Rearm e cosa si nasconde dietro questa grande truffa. Il piano ReArm Europe prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per riarmare il continente entro il 2030, a cui si aggiungono 150 miliardi dello strumento SAFE in prestiti agli Stati membri. Mille miliardi in totale. Una cifra che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore le sorti dei propri figli e del proprio Paese.
Ma c’è qualcosa che i grandi giornali non stanno raccontando con la dovuta chiarezza. Mentre Bruxelles vende il sogno della difesa comune, i governi nazionali si rifiutano sistematicamente di dire alla Commissione cosa stanno comprando, da chi e a che prezzo. Su 27 Stati membri, solo 12 hanno trasmesso i dati sugli acquisti militari. Il commissario alla Difesa ha dovuto ammettere che senza quei numeri valutare se la strategia funzioni è “impossibile”. Stiamo per spendere mille miliardi di soldi pubblici europei, anche italiani, e non sappiamo dove vanno. Questo si chiama assenza di democrazia. Questo si chiama potere senza controllo.
Si stima che la frammentazione degli acquisti farà lievitare i costi del 30%. Una quota enorme di quel migliaio di miliardi è già destinata a evaporare in rendite di posizione, pagata a imprese che hanno interesse opposto a una difesa europea integrata. La difesa europea, per come la stanno costruendo, è una macchina che converte denaro pubblico in margine privato. Gli Stati firmano, la Commissione presta, le industrie delle armi incassano. I cittadini scoprono dopo.
E nel frattempo Papa Leone XIV alla Sapienza di Roma ha detto ciò che il Movimento Sociale ripete da sempre: “Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune.” Parole che condividiamo senza riserve.
Il Movimento Sociale pone domande precise che nessun governo ha il coraggio di rispondere.
Prima domanda: perché l’Europa si riarma contro la Russia invece di sedersi a un tavolo di pace? La Russia rappresenta oggi una minaccia così imminente da giustificare 800 miliardi di spesa militare, oppure alcuni Paesi stanno sfruttando il clima di insicurezza per rilanciare le proprie economie attraverso una strategia che rischia di trasformarsi in tragedia? La domanda è legittima. La risposta che ci viene data non lo è.
Seconda domanda: chi paga? Il Patto di Stabilità, quello che impedisce all’Italia di investire in sanità, scuola e welfare, viene sospeso per far spazio alle spese militari. La flessibilità fiscale che l’Europa nega per i bisogni sociali viene concessa immediatamente per le armi. È la fotografia perfetta di questa Unione Europea: rigorosa con i poveri, generosa con i produttori di armamenti.
Terza domanda: dove è finita la sovranità? Il piano ReArm Europe non è una scelta dei popoli europei. Non è stata discussa nei parlamenti nazionali con il tempo e la profondità che merita. È stata imposta dall’alto, in emergenza, con procedure accelerate, tagliando dibattito e sedute di commissione per andare dritti verso i negoziati interistituzionali. Questa non è democrazia. È tecnocrazia militarizzata.
Il Movimento Sociale ha una visione alternativa, scritta nel proprio programma congressuale. Non siamo contrari alla difesa dell’Italia e dell’Europa. Siamo contrari a questa difesa, costruita senza trasparenza, senza controllo democratico, senza una politica estera comune che la giustifichi, e soprattutto senza chiedersi se la pace non sia più conveniente della guerra.
Vogliamo un esercito europeo vero e sovrano, democraticamente controllato, fuori dalla catena di comando NATO e quindi fuori dall’orbita americana. Vogliamo rapporti diplomatici con la Russia, non muri militari. Vogliamo che i miliardi pubblici vadano a ospedali, scuole e famiglie e non a Lockheed Martin e Leonardo.
La pace non si costruisce con le armi. Si costruisce con il coraggio politico di sedersi a un tavolo.
