A nostro avviso la risposdta alla questione EX ILVA non è racchiusa in un semplice “riaccendere o spegnere l’Ilva”. Il punto vero è un altro: come si salvano insieme il lavoro, la produzione industriale italiana, pugliese in questo caso, e la salute dei cittadini di Taranto? Chi riduce la questione a un interruttore da alzare o abbassare sta scegliendo di non rispondere.
La sentenza della Corte d’Appello di Milano che conferma lo stop dell’area a caldo entro il 28 ottobre rende serio e concreto il rischio per migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto con 2.500 licenziamenti pronti, tanto che stamattina i lavoratori hanno scioperato e manifestato per la città, pur consapevoli che non è la sentenza il problema e chi riduce la questione a un interruttore da alzare o abbassare sta scegliendo di non rispondere. Italia Sociale è vicina ai lavoratori della acciaieria pugliese ed alle famiglie e siamo consapevoli che sia loro che la puglia intera non cerca promesse, e nemmeno elemosine ma un vero piano di emergenza da attuare subito.
Ma veniamo al sodo: da vent’anni il dibattito sull’ex Ilva viene chiuso dentro due alternative, a nostro avviso sbagliate entrambe.
La prima è la logica del “lavoro contro salute”: tenere aperti gli impianti così come sono, accettando che l’aria di Taranto continui a costare vite, perché altrimenti si perdono posti di lavoro. È il ricatto con cui la città convive da una generazione, ed è un ricatto che ha già fatto il suo conto di malati e di morti.
La seconda è la logica del “chiudiamo e poi vedremo”: spegnere gli impianti in nome della tutela sanitaria, senza avere pronta una risposta per chi in fabbrica ci lavora e per la produzione siderurgica che l’Italia perderebbe. È la scorciatoia di chi scarica il costo sociale della crisi su chi non ha responsabilità nelle scelte gestionali degli ultimi vent’anni.
Italia Sociale non accetta né l’una né l’altra perche le consideriamo le uniche opzioni che permettono a chi governa di non assumersi la responsabilità di un vero piano industriale. Quello che serve: un piano, non un rinvio
Taranto infatti ha bisogno di un piano industriale che tenga insieme, senza scorciatoie, tre obiettivi:
- bonifica e messa in sicurezza degli impianti con tempi certi e risorse pubbliche garantite;
- salvaguardia occupazionale reale, non tramite ammortizzatori a tempo che rinviano il problema di qualche mese;
- riconversione produttiva dell’area a caldo verso tecnologie che permettano di continuare a produrre acciaio in Italia senza avvelenare chi ci abita intorno.
Le offerte private sul tavolo non sono, da sole, un piano industriale nazionale: sono proposte di acquisto che rispondono a una logica di mercato, non alla responsabilità di garantire insieme salute pubblica e produzione strategica. La nostra proposta è sempre la stessa: è lo Stato che deve tornare a guidare questo passaggio, non limitarsi a validare l’offerta più conveniente sul mercato.
Questo perche Taranto ha già pagato, in salute e in lavoro, il prezzo di vent’anni di gestioni che non hanno mai risolto il problema alla radice. Non può pagare anche il prezzo dell’indecisione di chi, oggi, deve scegliere.
Italia Sociale continuerà a chiedere una risposta che non scelga tra la vita dei cittadini e il lavoro di chi in fabbrica ci entra ogni giorno. Le due cose si tengono insieme, o non si salva nessuna delle due.
gd
