Ogni anno contiamo i morti sul lavoro come se fossero un bollettino di guerra, e in un certo senso lo sono: la guerra silenziosa di un sistema produttivo che troppo spesso considera la sicurezza un costo accessorio anziché un obbligo non negoziabile. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta collettiva, non un incidente statistico da archiviare nel comunicato successivo.
Ma il problema del lavoro in Italia non si esaurisce nella sicurezza, per quanto centrale. C’è una generazione intera che si è vista raccontare la flessibilità come opportunità e l’ha vissuta, o continua a viverla ancora oggi, come precarietà permanente. Gli stipendi fermi da un decennio mentre il costo della vita aumenta ed il potere di acquisto degli stessi stipendi si immiserisce; contratti a termine che si susseguono senza mai diventare stabilità, un cuneo fiscale che penalizza chi produce e chi assume onestamente e premiando invece chi elude o sopratutto chi delocalizza. Ecco la situaizone italiana oggi. Eppure l’Italia dovrebbe essere ancora oggi “una repubblica fondata sul lavoro”. Ma quanto ipocrita risulta essere oggi questo primo articolo della nostra costituzione?’
Noi non vogliamo considerare il lavoro non è una merce e non può essere trattato come tale. Lo intendiamo come il fondamento della dignità della persona, prima ancora che un fattore della produzione. Questo significa salari che permettano di costruire una vita, non solo di sopravvivere fino al mese successivo; significa formazione vera e non parcheggio nei centri per l’impiego; significa un fisco che distingua tra chi crea lavoro sul territorio e chi sposta profitti altrove.
Un Paese che non protegge chi lavora è un Paese che sta scegliendo, consapevolmente o no, di abdicare al proprio futuro.
