Oggi l’assemblea annuale di Confindustria con Mattarella in platea, Giorgia Meloni al microfono ed Orsini sul palco. Ecco che si ripete il rito del potere che si congratula con se stesso.
Il presidente Orsini ha detto che “per troppo tempo ci siamo accontentati di fare il minimo indispensabile invece del massimo necessario” e ha chiesto a governo e parti sociali “coraggio politico”. Parole giuste se non fosse che a pronunciarle è proprio chi quel coraggio non lo ha mai praticato.
Il presidente di Confindustria ha anche ammesso che “resta aperta la questione salariale” e che Confindustria “da sola, con i suoi migliori contratti, non riesce a risolverla”; traduzione: i salari italiani sono i piĂą bassi d’Europa e gli industriali lo sanno. Ma invece di aumentarli, chiedono allo Stato di trovare i soldi per detassare il lavoro. Cioè chiedono ai contribuenti di pagare il conto che dovrebbero pagare loro.
Meloni incassa e ringrazia Confindustria dicendo che “se l’Italia è la patria del bello, del buono e del benfatto è merito delle imprese e dei lavoratori.” Avete capito bene : ha messo Imprese e lavoratori insieme, sullo stesso piano. Come se Electrolux che licenzia 1.700 italiani dopo aver intascato fondi pubblici fosse la stessa cosa degli operai che perdono il lavoro.
Come se chi ha costruito la ricchezza di questo Paese e chi se n’è appropriato fossero la stessa cosa.
Noi siamo convinti che non lo sono. Il Movimento Sociale lo dice con la chiarezza del proprio programma: lo Stato non deve essere il cameriere di Confindustria. Deve essere l’arbitro tra capitale e lavoro con regole certe, tutele reali, e la consapevolezza che un’economia sana non si costruisce con i salari bassi e la manodopera a basso costo. Si costruisce con la dignitĂ del lavoro, la partecipazione dei lavoratori agli utili, la reindustrializzazione pubblica dove il mercato fallisce, la reintroduzione dell’articolo 18
Meloni ha concluso il suo intervento chiedendo agli industriali di “non avere paura” e promettendo che farĂ lo stesso.
Bene, Presidente. Allora cominci col non avere paura di dire a Confindustria quello che non vuole sentirsi dire: i lavoratori italiani non sono un costo da comprimere. Sono il Paese.
Anzi sono la parte sana del Paese.
